Ho scoperto che le divinità antiche, quelle nate, cresciute e persino un po’ manipolate dentro miti scritti da uomini, diventano uno degli strumenti più profondi che io abbia mai usato in una sessione di coaching.
Da un lato lavoro da tempo con gli archetipi delle dee greche: li uso per leggere pattern interiori, luci e ombre, modi di stare al mondo. Dall’altro, più scavo nei miti da cui questi archetipi arrivano, più mi scontro con un fatto scomodo: quelle dee sono figlie del patriarcato. E allora la domanda diventa: posso continuare a lavorarci? E se sì, come?
In questo articolo provo a rispondere. Parto dalle basi — cosa sono davvero gli archetipi, da dove nasce questo linguaggio — e arrivo al nodo etico che mi ha tenuta sveglia più di una notte, con la risposta che ho trovato, non a tavolino, ma dentro una sessione di Rosa dei Venti, con una mia cliente.
In breve: gli archetipi delle dee greche sono un modello di psicologia archetipica ideato dalla psichiatra junghiana Jean Shinoda Bolen, a partire dagli studi di Carl Gustav Jung sull’archetipo. Il modello usa sette figure della mitologia greca — Atena, Demetra, Estia, Persefone, Era, Artemide e Afrodite — come linguaggio simbolico per riconoscere pattern di comportamento, risorse interiori e dinamiche psicologiche nelle donne.
Cosa sono gli archetipi delle dee greche
C’è una parola che negli ultimi anni si è consumata più di quanto meritasse: archetipo. La trovo ovunque — nel marketing, nei test di personalità online, nelle didascalie di Instagram — usata quasi sempre come fosse un sinonimo un po’ più elegante di “personalità”. Non lo è, e vale la pena fermarsi un momento a capire perché.
Il concetto nasce con Carl Gustav Jung, che nelle sue opere non ha mai smesso di ridefinirlo: ne esistono almeno cinque versioni diverse, perché la sua idea si è trasformata nel tempo insieme a lui. Se dovessi riportarne una definizione, sceglierei questa: l’archetipo è come il reticolo di un cristallo. Una struttura invisibile, che sta prima dell’esperienza e la organizza; non ci dice cosa vedere, ma ci dà la forma con cui possiamo vederlo.
È il corrispettivo psichico dell’istinto: gli archetipi stanno alla psiche come gli istinti stanno al corpo.
Mi hanno sempre affascinata due cose, di questa idea.
La prima è che gli archetipi non appartengono a nessuna epoca in particolare, sono astorici: nessuno li ha inventati un giorno preciso della storia, esistevano già prima di noi e continueranno a esistere dopo.
La seconda è che non appartengono nemmeno a un solo luogo: li trovi, identici o quasi, in culture che non si sono mai incontrate, dentro qualsiasi essere umano sia mai vissuto, in qualsiasi tempo e luogo.
C’è poi un altro dettaglio da non sottovalutare, che descrive bene la potenza degli archetipi: in sé, l’archetipo, non si può vedere! È inconoscibile. Quello che possiamo incontrare sono le sue immagini — il modo in cui prende forma dentro un mito, una fiaba, una religione, una storia raccontata la sera prima di dormire.
Facciamo un esempio: se ti dico “principe azzurro“, nella tua testa si accende già un’immagine precisa, vero? E se ti dico “strega cattiva“? Ecco: sono immagini incise così a fondo dentro di noi che facciamo fatica persino a immaginarle diverse da come le conosciamo — prova, per un attimo, a immaginare una strega che non sia cattiva, o un lupo che non sia il nemico del bosco. Non è facile, vero? Ed è proprio in questa fatica che si nasconde la potenza di un archetipo (oltre che la difficoltà a scardinare vecchi retaggi che, per l’appunto, descrivono una strega come cattiva e un lupo come un animale feroce da cui difendersi!)

Da Jung a Jean Shinoda Bolen: nascono le dee dentro la donna
È dentro questo terreno che, nel 1984, una psichiatra junghiana americana, Jean Shinoda Bolen, scrive un libro che per molte di noi è diventato una porta d’ingresso: Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile. Bolen prende sette figure della mitologia greca — Atena, Demetra, Estia, Persefone, Era, Artemide e Afrodite — e le trasforma in un linguaggio per riconoscere i nostri pattern interiori, le nostre modalità di stare al mondo.
Io sono entrata in contatto con questi archetipi qualche tempo fa, e ho lavorato a fondo su di me attraverso di essi. Ma con una consapevolezza che porto ancora oggi: così come ce le racconta Bolen, queste dee sono, in un certo senso, figlie del patriarcato. Ci arrivo tra poco, perché è uno dei nodi centrali di questo articolo.
Perché uso gli archetipi delle dee greche nel coaching
Perché mi sono così affezionata a questo linguaggio? Perché, dentro le sessioni di coaching, funziona così bene?
La risposta di Bolen è semplice e potente insieme: gli archetipi non sono lì per dirti chi sei, in modo fisso. Sono lì per aiutarti a riconoscerti — a dare un nome a una dinamica che magari vivi da sempre, ma che non avevi mai avuto il linguaggio per raccontare.
Te lo spiego prendendo in prestito me stessa, perché credo sia il modo più onesto per farlo.
Il mio archetipo dominante è sicuramente Artemide (anche perché da piccola mi chiamavano Sailor Moon!)
La riconosco benissimo: l’indipendenza che non scende a patti, il bisogno di aria aperta e di libertà di movimento, la lealtà verso le altre donne — che tra parentesi ho sempre avuto, ma mi hanno sempre insegnato a temerle, le altre donne, quindi la mia sorellanza ha potuto trovare spazio solo negli ultimi anni — la capacità di dire “no” senza sentirmi in colpa fino al midollo.
Eppure — ed è qui che l’archetipo diventa davvero uno strumento, non solo un bel racconto — tutta questa Artemide non basta a compensare una Persefone in energia ombrosa che, ogni tanto, mi prende.
È successo davvero, tempo fa. Una persona molto importante nella mia vita mi ha detto, con una certa freddezza, che tutti i miei studi sono cavolate. Che non ci crede. E quella frase, in quel momento, mi ha attraversata da parte a parte. Mi sono fatta prendere da quella che in casa chiamo, un po’ scherzando e un po’ no, la “persefonite acuta“: quella fase in cui scendi giù, giù, dentro gli inferi del dubbio, e ci resti più del dovuto. Rimugini, ti isoli, dai un peso enorme a quello che pensano gli altri, perdi il contatto con i piedi per terra.
Non è la Persefone visionaria. È la sua versione ombra — quella che ti convince che forse sì, in fondo, hai sempre solo inventato tutto e che non sei capace di fare niente.
Ne sono uscita non da sola con la forza di volontà — quel dai dai su, coraggio! categorico non serve a nulla — ma con l’autocoaching, la pratica che faccio su me stessa quando ho bisogno di rimettere ordine, e grazie ad alcune colleghe coach che mi hanno aiutato a riportare alla luce anche le caratteristiche più visionarie di Persefone: quella capacità di vedere sotto la superficie delle cose, che è un dono, non solo una condanna agli inferi.
Ecco perché uso gli archetipi: sono uno specchio incredibile per portare a galla luci e ombre, e dare un nome a dinamiche che altrimenti restano solo un rumore di fondo.
Il nodo etico: le dee greche sono figlie del patriarcato
Torniamo al punto scomodo. Come faccio, io, a portare gli archetipi delle dee greche nel mio lavoro, sapendo bene che quelle dee sono figlie del patriarcato?
Le dee della mitologia greca classica, quelle che conosciamo attraverso Omero, Esiodo, i tragici, non nascono in un vuoto neutro: nascono dentro una cultura che ha già riorganizzato il potere religioso attorno a un pantheon patriarcale, con Zeus al vertice, e che ha progressivamente ridotto figure più antiche — legate alla dea madre, ai culti ctoni, ai cicli della terra — a personaggi secondari, spesso in lotta tra loro, spesso subordinati a un padre, a un marito, a un fratello divino.
Pensaci: Atena nasce dalla testa di Zeus, senza madre. Persefone viene promessa in sposa ad Ade senza che nessuno le chieda nulla, anzi viene proprio rapita. Demetra deve supplicare, minacciare una carestia globale, per riavere sua figlia. Le dee litigano tra loro per la vanità, si contendono i favori di un giudice maschio in un pomo d’oro che innesca una guerra. Sono, in tante delle loro storie, alla mercé di padri padroni, di mariti distratti, di gelosie che definirei piuttosto frivole, per figure che dovrebbero rappresentare il divino femminile.
E allora la domanda si fa scomoda: dopo aver raccontato le dee come qualcosa di più potente, legato alla Grande Madre, ai cicli, alla terra prima del patriarcato — come posso adesso lavorare con divinità che, nel mito che ci è arrivato, sono così spesso in balìa di qualcun altro?
La risposta è arrivata in una sessione di coaching
La risposta, come spesso mi succede, è arrivata in sessione, con una cliente, durante Rosa dei Venti, la mia consulenza, mentre stavamo esplorando ciò che stava vivendo ed entravamo insieme nel linguaggio simbolico degli archetipi per guardare la sua situazione da un’altra prospettiva.
Questa cliente mi mostrava come si rivedesse in certi tratti di Persefone, ma con una precisazione importante, e cioè che non si sentiva affatto una giovane Kore rapita, quella ragazza che nel mito viene portata via da Ade con l’inganno mentre coglie narcisi in un prato, mentre sua madre Demetra la cerca disperata per il mondo intero; questa donna, invece, si riconosceva in una scelta consapevole di andare in profondità, per vedere certi suoi meccanismi.
Siamo allora andate a riprendere una versione più antica del mito, quella in cui Persefone non è solo la vittima di un rapimento, ma diventa, negli inferi, una figura che decide scientemente di restare, perché sente di dover aiutare le anime che lì si trovano, non più rapita ma presente per scelta, e questa differenza tra l’essere portata via, alla mercé di qualcun altro, e lo scegliere consapevolmente di scendere in basso per portare luce, ha risuonato in modo particolare nella mia cliente; e lì, mentre l’ascoltavo, mi si è accesa anche la mia risposta.
Perché la verità è che non tutto, negli archetipi che uso, deve essere estremamente fisso e definito, il mito non è un dogma, e così come in una sessione di coaching si danza e si co-crea insieme a chi ho davanti, allo stesso modo voglio che sia l’uso che porto degli archetipi nel mio lavoro, non un pantheon immobile da venerare così com’è arrivato fino a noi, ma un materiale vivo, da riprendere in mano, da interrogare, a volte da riscrivere, con rispetto per le fonti ma senza sudditanza verso di esse.
Non ti sto dicendo che il problema del patriarcato dentro questi miti sparisca, resta e va nominato, ma proprio per questo scelgo di lavorarci in modo consapevole, invece che ignorarlo o, all’opposto, buttare via tutto il materiale perché “compromesso”: le dee sono figlie del loro tempo, e il lavoro che facciamo insieme, quando le riprendiamo oggi, è deciderne una nuova generazione.
Quale dea porti tu, in questo momento?
Se in queste righe ti sei ritrovata in qualcuno di questi tratti — Artemide che protegge tutti tranne se stessa, Persefone che scende troppo giù fino a perdersi, Estia che hai dimenticato di custodire — ti lascio un piccolo invito: il quiz “Che dea porti nella tua vita?”, dove puoi scoprire quale dei sette archetipi sta guidando, in questo momento, il tuo modo di stare nel mondo.
L’ho pensato apposta per insegnanti, docenti, maestre e, più in generale, per tutte quelle persone che vivono una relazione di cura — educatrici, formatrici, professioniste dell’aiuto — ripercorrendo questi sette archetipi per capire come portare la loro luce nella vita quotidiana.

Per le insegnanti: le dee non restano fuori dalla porta della classe
Se insegni, probabilmente hai già riconosciuto più di una dea in quello che vivi ogni giorno tra i banchi. Estia che custodisce la calma nella prima ora, anche quando dentro sei tutt’altro che centrata. Demetra che si prende cura di ogni alunno come fosse suo, fino a restare senza energie per sé. Atena che tiene insieme programmazione, regole, struttura — e che a volte diventa rigidità. Artemide che difende chi ha più bisogno, anche a costo di scontrarsi con un collegio intero.
Questi archetipi non restano fuori dalla porta della classe: entrano con te, ogni mattina, che tu li nomini o no. Proprio partendo da qui — dal bisogno di dare un linguaggio a quello che si vive davvero insegnando — ho costruito Fuori Classe, un percorso on demand pensato specificamente per insegnanti, docenti e maestre, che riprende questi sette archetipi uno per uno e li porta dentro la vita di classe: come custodire il proprio fuoco senza spegnerlo, come prendersi cura senza drenarsi, come ritrovare struttura e direzione senza irrigidirsi, come coltivare piacere e creatività anche in giornate che sembrano non lasciarne spazio.
Se il quiz è il primo passo per riconoscere quale dea ti guida in questo momento, Fuori Classe è il percorso per lavorarci davvero, modulo dopo modulo.

