per donne sensibili e creative
Cultura Ribelle
Restituisco alle donne la loro storia.
Un luogo per tornare a guardare i miti, la memoria femminile, il corpo e le storie che abbiamo ereditato. Perché non si è sempre fatto così.

Ci sono storie che abbiamo sentito così tante volte da aver smesso di riconoscerle come storie.
Ci hanno raccontato cosa significa essere una buona donna, una buona madre, una donna di successo, una donna desiderabile, una donna capace di prendersi cura degli altri.
Ci hanno raccontato come abitare il corpo, come lavorare, come amare, cosa desiderare e persino quanto spazio occupare.
Con il tempo, alcune di queste narrazioni sono diventate così familiari da sembrarci naturali.
Ma una cosa che sembra naturale non lo è necessariamente.
Ha una storia.
Cultura Ribelle nasce dal desiderio di tornare a quelle storie e guardarle un po’ più da vicino. Capire da dove arrivano, come sono cambiate nel tempo e cosa hanno lasciato dietro di sé.
Le ritrovo nei miti, nella storia delle donne, nelle immagini che abbiamo ereditato, nei racconti con cui abbiamo imparato a interpretare il corpo, il lavoro, la maternità, il desiderio, le relazioni e il nostro modo di stare nel mondo.
Mi interessa soprattutto il momento in cui una storia smette di sembrarci una storia e comincia a sembrarci semplicemente “come stanno le cose”.
È proprio lì che mi viene voglia di tornare indietro, cercare le tracce e vedere cosa c’era prima che quella storia diventasse una certezza.
Non si è sempre fatto così.
Da dove comincio a cercare?
Si parte dai miti, innanzitutto, da quelle storie antiche che continuiamo a raccontare perché, in qualche modo, hanno ancora qualcosa da dirci, ma anche da quelle che abbiamo imparato a conoscere attraverso una sola versione, una sola voce, uno sguardo che nel tempo è diventato quello ufficiale e che oggi possiamo provare a rimettere in discussione.
Da qui si arriva alla storia delle donne e alla memoria femminile, alle immagini e ai simboli che hanno attraversato epoche e culture, e alle tracce che hanno lasciato nel modo in cui ancora oggi guardiamo noi stesse e il mondo intorno a noi. E si arriva anche al corpo, perché persino il modo in cui pensiamo il nostro corpo ha una storia, così come ce l’hanno il lavoro, la maternità, il desiderio, il tempo, la cura e l’ambizione.
Mi interessa seguire questi fili e vedere dove portano, anche quando sembrano allontanarsi molto dal presente. Perché a volte bisogna andare indietro di secoli per capire da dove arriva un’idea che oggi ci sembra naturale e che, invece, naturale non è mai stata.
Le storie che cerco
I miti sono uno dei luoghi da cui parto più spesso. Mi interessa la loro capacità di attraversare il tempo e continuare a parlare al presente, ma anche il modo in cui sono stati riletti, trasformati e tramandati. Una storia, infatti, non arriva fino a noi inalterata: ogni epoca la guarda attraverso i propri occhi, sceglie cosa ricordare, cosa dimenticare, cosa rendere centrale e cosa lasciare sullo sfondo.
È anche per questo che lavoro con gli archetipi. Non mi interessano come etichette da applicare alle donne, né come modelli a cui cercare di assomigliare. Mi interessano come immagini attraverso cui guardare un’esperienza da un’altra prospettiva, mettere a fuoco una parte di noi, riconoscere una dinamica che magari avevamo sempre dato per scontata. Una Dea può diventare una lente: non ci dice chi siamo, ma può aiutarci a vedere qualcosa che prima non avevamo ancora nominato.
Accanto ai miti c’è la storia delle donne, e tutto quello che della loro storia è rimasto fuori dalle versioni che abbiamo ricevuto. Mi interessa cercare le tracce, seguire i frammenti, incontrare figure conosciute e altre quasi dimenticate, ma anche osservare il modo in cui le donne sono state raccontate: quali ruoli sono stati loro assegnati, quali comportamenti celebrati o condannati, quali possibilità considerate naturali e quali invece impensabili. Perché anche il modo in cui raccontiamo le donne dice molto della cultura dentro cui viviamo.
Poi c’è il corpo. Il modo in cui lo abitiamo non è soltanto una questione individuale: anche il corpo ha una storia culturale. Abbiamo imparato a considerarlo in certi modi, a giudicarlo, a nasconderlo, a disciplinarlo, a chiedergli di essere produttivo, disponibile, desiderabile.
E abbiamo imparato anche a vivere il tempo secondo una certa idea di continuità, efficienza e prestazione.
Per questo mi interessa la ciclicità: non come un’altra regola a cui adeguarsi, ma come una lente attraverso cui osservare il rapporto che abbiamo con il tempo, con il cambiamento, con le pause e con quelle fasi della vita che non sempre si lasciano incastrare in una linea retta.
Nella stessa ricerca entra anche quello che chiamiamo sacro femminile: i simboli, i rituali, le immagini, le figure e le forme attraverso cui donne e comunità hanno cercato, in tempi e culture diverse, un rapporto con il corpo, la natura, la nascita, la morte e ciò che non poteva essere spiegato.
Non mi interessa costruire un passato ideale a cui tornare, né trasformare il sacro in una nuova versione di ciò che ci dice come dovremmo essere. Mi interessa capire quali immagini abbiamo ereditato, cosa raccontano e che cosa possono ancora farci vedere.
Una storia non finisce quando arriviamo al presente
Le storie che ereditiamo non rimangono nei miti antichi, nei libri di storia o nelle immagini del passato.
Continuano a riemergere nel modo in cui pensiamo al successo, nel rapporto con il nostro corpo, nelle aspettative che abbiamo su noi stesse, nel modo in cui viviamo la cura, il lavoro, la maternità, il desiderio e le relazioni. A volte non le riconosciamo più nemmeno come storie: le incontriamo sotto forma di abitudini, aspettative, sensi di colpa o idee su come una donna dovrebbe essere.
È per questo che mi piace andare avanti e indietro nel tempo. Guardare una storia antica e poi tornare qui, nel presente, per vedere se qualcosa risuona ancora. Perché a volte quello che troviamo cercando nel passato ci permette di dare un nome a qualcosa che stavamo vivendo senza riuscire ancora a comprenderlo.

Una parte di questa ricerca è Fuori Stagione
Fuori Stagione è il luogo in cui queste ricerche diventano storie.
Parto da un mito, da una figura femminile, da una parola, da un’abitudine o da qualcosa che oggi ci sembra talmente normale da non farci più caso. Poi torno indietro, seguo le tracce, confronto le versioni, cerco quello che c’era prima e provo a capire come siamo arrivati alla storia che conosciamo oggi.
Parlo di donne, corpo, desiderio, maternità, lavoro, potere, ciclicità, miti e immaginari che continuano a influenzare il modo in cui guardiamo noi stesse e il mondo che abitiamo.
È una ricerca che parte spesso da una frase che conosciamo bene: «Si è sempre fatto così».
E prova a metterla in discussione con una domanda molto più semplice:
E se non fosse sempre stato così?
Ascolta Fuori Stagione sulla tua piattaforma preferita
E poi ci sei tu
Perché, alla fine, non mi interessa soltanto capire come sono nate le storie che abbiamo ereditato. Mi interessa quello che succede quando quelle storie incontrano la nostra vita.
Quali abbiamo imparato su noi stesse? Quali abbiamo fatto nostre senza accorgercene? Quali ci hanno accompagnate fino a qui e quali, invece, cominciano a starci strette?
È qui che Cultura Ribelle incontra il mio lavoro di coach e mentore. Le storie, i miti, gli archetipi e la cultura diventano un punto di partenza; il coaching è lo spazio in cui possiamo portare quello che emerge nella nostra esperienza concreta, nelle scelte, nelle relazioni, nel lavoro e nel modo in cui stiamo al mondo.
Non per trovare una versione corretta di noi stesse, né per sostituire una vecchia storia con una nuova da indossare. Piuttosto per accorgerci di quella dentro cui stiamo vivendo, capire quanto ci appartiene e vedere quali possibilità si aprono quando smettiamo di considerarla l’unica possibile.
Le storie che cerco
Restituire alle donne la loro storia
È questo, in fondo, che significa per me.
Tornare a cercare le storie che abbiamo ricevuto, guardarle da vicino, riconoscere le voci che le hanno costruite e anche quelle che nel tempo sono rimaste fuori.
Ricordarci che quello che ci è stato raccontato non esaurisce tutte le possibilità e che una storia, quando torniamo a guardarla, può cambiare significato.
Non possiamo riscrivere ciò che è stato. Possiamo però scegliere con maggiore consapevolezza quali storie continuare a portare con noi e quali lasciare andare.
Una ricerca sul passato diventa qualcosa di molto presente.
Restituire alle donne la loro storia significa anche restituire loro la possibilità di raccontarsi.
Questa è la mia Cultura Ribelle.
CULTURA RIBELLE

Il mio podcast
Fuori Stagione
Approfondisco il racconto delle dee greche ma con uno sguardo ai miti preellenici di stampo matrifocale. Intreccio Cultura, Luna, sacro femminile e tematiche…. fuori stagione!

La mia Newsletter
Caffè Ribelle
Ho immaginato questo luogo come una via di mezzo tra un caffè culturale della Milano di metà ‘700 e il Diner di Luke in “Una mamma per amica”.
Non puoi non essere curiosa di scoprire cosa viene fuori da questo mix!
La newsletter aperiodica dove di certo non mancano storie di donne, risorse da approfondire e le mie personalissime opinioni sui temi più caldi, il tutto sorseggiando una tazza di caffè immaginario insieme.

Il mio quiz
Che dea porti nella tua vita?
In pochi minuti scopri quale Dea del Pantheon Greco guida oggi il tuo modo di insegnare, le sue luci, le sue ombre, e cosa può dirti su come stai vivendo questo momento della tua professione.
Il primo passo per iniziare a conoscerti meglio, dentro e fuori dalla classe.
